AY NICARAGUA NICARAGÜITA
Daniel Ortega: la triste parabola di un ex guerrigliero al potere
Un dialogo a viscere sul tavolo con ROSELLA SIMONE appena tornata dal Nicaragua
Vorrei parlare del Nicaragua, delle motivazioni che hanno scatenato una insofferenza che inizia nel 1990 ma che si intensifica con il ritorno di Daniel Ortega e consorte al potere nel 2007. Del “Movimento degli studenti 19 aprile”, delle sue ragioni e delle sue richieste. Ma soprattutto vorrei discutere sul potere così corruttore da trasformare un guerrigliero in despota, e non succede solo in Nicaragua. Del potere che allontana così tanto dalla realtà che vive la gente comune da perdere i contatti e finire per pensare di poter rabbonire la voglia di giustizia regalando a “poveri” contadini qualche lamina di zinco con cui coprire il tetto. Di soddisfare la fame di conoscenza dei giovani offrendo una scuola gratuita che non insegna e pensando che basti una propaganda ben orchestrata e il possesso di tutti i mezzi di comunicazione per tacitare il malcontento. “Il cellulare è la mia arma” dicono, per ora, gli studenti della Upol (il politecnico di Managua) e l’hanno usata molto e bene. E anche di questa sinistra, romantica a parole e opportunista di fatto, che non osa prendere posizioni e neanche informarsi… Certo, ci possono giocare dentro molti fattori e molti interessi; a noi però il compito di non lasciarli soli, almeno cercare di capire.
Partecipano:
SHLOMO SAND
Professore di Storia contemporanea, presso l’Università di Tel Aviv
“La creazione della narrazione sionista”
ARTURO MARZANO
Università degli Studi di Pisa
“Gli eventi del 1948: fra storia e storiografia””
JEFF HALPER
Antropologo, cofondatore e direttore dell’Israeli Committee Against House Demolitions (ICAHD)
“Operatori di base nella fase post-sionista: la lotta contro la demolizione delle case come esempio”
OREN YIFTACHEL
Professore di Geografia politica, presso l’Università Ben Gurion del Negev
“Israele come etnocrazia: ebraizzazione del territorio come pratica di esclusione a danno dei palestinesi”
Coordinano:
MARCO GEUNA
Professore di Filosofia politica, presso l’Università degli Studi di Milano
È esperienza comune che le nostre relazioni di qualsiasi tipo vengano sempre più frequentemente intermediate da dispositivi digitali. I legami interumani diretti lasciano il posto a mille forme di connessioni indirette e artificiali. Il marketing delle ‘internet company’ accompagna questa mutazione tecno-sociale con nuovi miti. La potenza degli smartphone, le meraviglie dell’intelligenza artificiale, la panacea dei robot per alleviare le fatiche del lavoro, la rivoluzione dei big data e il paradiso terrestre dell’internet delle cose.
Un’assuefazione acritica maschera la nostra ignoranza sulle reali implicazioni di questa ulteriore evoluzione del capitalismo.
[…]
Ben oltre la società industriale, la società industriale, la società dello spettacolo e la modernità liquida, la società artificiale ci mette dunque di fronte al germe accattivante e vorace di un nuovo totalitarismo. Un totalitarismo tecnologico che, a differenza di quelli ideologici del Novecento, invade e colonizza il luogo più “sacro” e fondamentale delle libertà. D’altra parte una matura consapevolezza di questa estrema deriva può essere anche il punto di partenza per un’ulteriore rimessa in discussione delle classi sociali e del destino di specie.
È esperienza comune che le nostre relazioni di qualsiasi tipo vengano sempre più frequentemente intermediate da dispositivi digitali. I legami interumani diretti lasciano il posto a mille forme di connessioni indirette e artificiali. Il marketing delle ‘internet company’ accompagna questa mutazione tecno-sociale con nuovi miti. La potenza degli smartphone, le meraviglie dell’intelligenza artificiale, la panacea dei robot per alleviare le fatiche del lavoro, la rivoluzione
dei big data e il paradiso terrestre dell’internet delle cose.
Un’assuefazione acritica maschera la nostra ignoranza sulle reali implicazioni di questa ulteriore evoluzione del capitalismo.
[…]
Ben oltre la società industriale, la società industriale, la società dello spettacolo e la modernità liquida, la società artificiale ci mette dunque di fronte al germe accattivante e vorace di un nuovo totalitarismo. Un totalitarismo tecnologico che, a differenza di quelli ideologici del Novecento, invade e colonizza il luogo più “sacro” e fondamentale delle libertà. D’altra parte una matura consapevolezza di questa estrema deriva può essere anche il punto di partenza per un’ulteriore rimessa in discussione delle classi sociali e del destino di specie.
Sapremo scegliere o ci accontenteremo di essere scelti?
[Renato Curcio. L’impero virtuale. Colonizzazione dell’immaginario e
controllo sociale, Sensibili alle foglie 2017]
CINE – PALESTINA.
Incontro con Raed Andoni
Partecipano Tonino Curagi e Flavio
Vida (Civica Scuola di Cinema)
Intervento di Sara Rawash sulla
condizione delle prigioniere politiche palestinesi.
Facebook ed altre piattaforme commerciali ci forniscono esperienze personalizzate attraverso un complesso sistema di filtri e algoritmi, cercano cioè di indovinare cosa vogliamo per intrattenerci e indurci a esporre quante più informazioni personali (Ma come si permettono di immaginare chi siamo e cosa vogliamo?) gli algoritmi vorrebbero decidere quali siano le nostre priorità (informative, relazionali, finanche sessuali) ma solo noi possiamo deciderlo.
L’algoritmo è una forma di potere di cui dobbiamo essere consapevoli.
Con questo scopo in mente, si delinea un piano a lungo termine che inizia rendendo l’algoritmo visibile, si passa per un’analisi collettiva del fenomeno e si prova a resistere ai monopoli del web.
Negli ultimi trent’anni gli oppressi palestinesi si sono sollevati in massa tre volte: nell’87-88 a Gaza e in Cisgiordania nella loro prima grande Intifada, nel settembre 2000, dopo la provocatoria passeggiata di Sharon sulla Spianata delle Moschee, nella seconda Intifada e poi una terza volta nell’ottobre 2015. Queste tre sollevazioni sono costate loro seimila morti, migliaia di prigionieri politici, decine di migliaia di feriti.
L’aspetto più rilevante della terza ondata di proteste in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e Gaza, quello più pericoloso per Israele, è il suo essere un movimento di giovani spontaneo.
Si tratta di masse di giovani che la stessa Autorità Nazionale Palestinese tiene sotto stretto controllo con il suo enorme apparato di polizia, mentre a Gaza Hamas esercita un controllo altrettanto repressivo su quanti cercano una nuova strada per la liberazione.
Gerusalemme capitale non è solo un ulteriore passo in avanti del disegno colonial-sionista: nelle intenzioni di Trump e Netanyahu dovrebbe segnare l’umiliazione definitiva per i palestinesi e le loro aspirazioni.
Ma le proteste di massa di dicembre e di questi giorni provano che Israele e i suoi sostenitori non sono onnipotenti. E chiamano alla solidarietà i lavoratori di tutto il mondo, inclusi quelli di Israele, i proletari immigrati e gli strati non sfruttatori della sua popolazione che finora, in grandissima parte, hanno creduto di far bene appoggiando i propri governi – gli stessi che ne stanno peggiorando le condizioni di vita anche per foraggiare l’assai dispendiosa macchina di morte dello Stato.
Alla fine, l’apparentemente insolubile “questione palestinese” potrà trovare la sua vera soluzione solo attraverso un processo di avvicinamento e di solidarietà tra questi due fronti, oggi molto lontani, dentro una generale sollevazione rivoluzionaria degli sfruttati di tutta l’area.
Qualche considerazione della Calusca in merito allo svolgimento del dibattito del 20/4/2018 “Gaza. Rompere i muri d’una prigione a cielo aperto di 365 kmq”
Venerdì 20 aprile 2018, Calusca ha organizzato un incontro-discussione su: “Gaza.
Rompere i muri d’una prigione a cielo aperto di 365 kmq”.
La serata è stata aperta da un’ampia e ben argomentata relazione introduttiva, a cura del “Centro di documentazione contro la guerra” che si riunisce in libreria da qualche mese.
Nell’esposizione, oltre a dar conto della situazione esistente a Gaza, si è sottolineato l’aspetto più rilevante della terza ondata di proteste (dal 1987-88) in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e Gaza, quello più pericoloso per Israele, relativo al suo essere anche un movimento di giovani spontaneo. Si tratta di masse di giovani che la stessa Autorità Nazionale Palestinese tiene sotto stretto controllo con il suo enorme apparato di polizia, mentre a Gaza Hamas esercita un controllo altrettanto repressivo su quanti cercano una nuova strada per la liberazione. Lo sterminio dei palestinesi lo sta facendo lo Stato della borghesia israeliana, senz’ombra di dubbio, ma – ha domandato il relatore – non è il caso di cominciare a ragionare sul fatto che forse è giunto il momento anche per il proletariato e le masse oppresse palestinesi di liberarsi dalla propria direzione borghese? Questa direzione, laica come Al Fatah o islamista come Hamas, dove ha portato?
Ancor prima che fosse conclusa l’esposizione della relazione introduttiva, alcuni dei presenti hanno incominciato a questionare aspramente – nulla di male, anzi, se fatto nel rispetto delle posizioni altrui – fino a dare presto in escandescenze e a spingersi sul piano delle offese personali. Un compagno, che ci risulta essere su posizioni politiche assai prossime a quelle dei “contestatori”, si è adoperato – e di questo suo sforzo, per quanto infruttuoso, Calusca gli è grata – affinché quella sera si ristabilisse un piano di confronto politico con il compagno che aveva fatto la relazione introduttiva e con quanti dei presenti la condividevano. La quérelle, come purtroppo si usa oggigiorno, è poi continuata via mail nella notte, il giorno dopo e il successivo ancora. Ovviamente, Calusca non ha risposto, limitandosi a pubblicare il podcast (https://cox18stream.noblogs.org/) dell’incontro, che era andato in streaming la sera stessa e a scrivere il comunicato che avete avuto fin qui la pazienza di leggere.
Calusca ha sempre dato ospitalità a gruppi che intendevano svolgervi iniziative, a prescindere dalle posizioni politiche espresse, purché interne a quello che un tempo era detto “movimento”, e ha sempre sostenuto compagni “inguaiati con la legge”, ciò rientrando fra le funzioni d’una “struttura di servizio” qual essa è sempre stata e cerca ancor oggi d’essere. Continuerà a farlo, ma non tollererà che nei suoi spazi vengano proferite offese quali è toccato di ascoltare quella sera.